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‘MAMMA PERCHÉ NON POSSO PIÙ ABBRACCIARE PAPÀ?’ LA DOMANDA INNOCENTE DELLA FIGLIA DI UN DETENUTO

20 dicembre 2020:

Rita Bernardini su Il Riformista del 18/12/2020

Due lettere spiegano, forse meglio di qualsiasi studio in materia, cosa sia l’affettività negata a chi ha un genitore detenuto. La prima l’ho ricevuta il 15 dicembre da una ragazza che oggi ha 22 anni. Quando suo padre era detenuto aveva solo 11 anni. Lo incontrai nel 2010 quando era ristretto nel carcere di Messina e io ero deputata. Rimasi sconvolta perché a quest’uomo, invalido, avevano dato una carrozzina troppo larga per muoversi nella cella stretta ove erano sistemati altri 5 detenuti. Per andare nello squallido gabinetto era costretto a strisciare per terra per poi a fatica arrampicarsi sulla tazza del wc.
In aula a Montecitorio presi la parola per dire a un allibito Ministro della Giustizia: «voi costringete un disabile in carrozzina (peraltro divenuto disabile a seguito del trattamento ricevuto in carcere) a strisciare per terra per andare in bagno!». Anni dopo, quando il padre era stato scarcerato, andai a casa sua, in un paesino sperduto della Campania. Trovai una famiglia splendida: “lui”, che si stava riprendendo dal trauma della detenzione; la moglie, una giovane e colta donna che gli era stata a fianco nonostante le distanze e i pochi mezzi; le tre figlie tutte studentesse a pieni voti, tra le quali la ragazza che mi scrive oggi e che il giorno del nostro incontro aveva 15 anni.

Se papà è in carcere e tu hai solo 11 anni.

«Non so se si ricorda di me. Avevo solamente quindici anni quando venne a trovare me e la mia famigliola. Lei è stata ed è tuttora un punto di ispirazione, una persona che non smetterò mai di ringraziare per quello che ha fatto e che non smetterò mai di ammirare, perché vedo che continua a combattere una battaglia infinita contro quelli che sono gli ORRORI delle carceri italiane. Quando penso di averLa incontrata (insieme al carissimo Marco Pannella) e abbracciata al tempo, mi si riempie il cuore di orgoglio, di gioia, di forza perché so che qualcuno che crede nei propri PURI ideali c’è ancora. So che una categoria abbandonata, giudicata e spesso condannata ingiustamente può trovar voce nella sua! Inarrendevole Rita Bernardini.
Il suo nome è una luce per le persone che vedono solo il buio anche quando fuori splende il sole, la sua sola esistenza è una coperta per tutte quelle persone che tremano il freddo, lontano dalle famiglie, dagli affetti, da tutto ciò che amano. Chiusi in un BUCO dal quale usciranno, secondo i calcoli e la lentezza della “Giustizia” italiana, tra molti, ma molti anni. Ricordo quando io dovevo stare lontana da mio padre. Era proprio la sera della vigilia e quando vedevo tutto il mondo festeggiare insieme, io me ne stavo buttata sul divano a stringere lettere e caramelle ricevute da quel posto che volevo demolire con tutta me stessa. Volevo solo riaverlo tra le braccia. Volevo ricevere il suo affetto e dormire tra le sue mani gigantesche… Poi un giorno, una luce. Lei. Grazie. Non la dimenticherò mai. La abbraccio immensamente forte e spero di poterla ancora incontrare».
L’altra lettera è stata spedita il 13 dicembre da E.D.R., una madre con una bambina piccola il cui padre è ristretto nel supercarcere di Tolmezzo ove si è sviluppato un focolaio che ha contagiato pressoché tutti i detenuti al Covid-19. È una madre consapevole dei diritti del minore e dei danni che subisce la sua bambina a causa del mancato rispetto della normativa italiana e delle convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese.

“Mamma, perché non posso più abbracciare Papino?”

«Oggi è una data come tante per i soliti personaggi che negano l’esistenza di problemi importanti. Un’ulteriore sofferenza per tutti quei minori che quotidianamente sono intrappolati in un sistema che non gli appartiene e dal quale dovrebbero essere tutelati. Bambini, minori, anime innocenti che si trovano a vivere senza i loro legami fondamentali da mesi e mesi. Affrontare “l’affettività” all’interno di quattro mura e per il poco tempo che è concesso, ha delle ripercussioni sulla crescita del bambino. Ma quando tale situazione, al di fuori delle sbarre, si protrae per tempi che non possono essere definiti, il tutto diventa realmente assurdo. È impossibile pensare di parlare di “legami e relazioni”, quando ci si trova dinnanzi a uno schermo o dietro un telefono. Come si pensa di poter dare delle risposte certe a questi bambini? Come si pensa di poter colmare il vuoto che da quel maledetto mese di marzo è nei loro cuori? Ci siamo trovati in situazioni disastrose. Giorni trascorsi nella tortura, con contagi esponenziali neanche presi in considerazione.
Se questo per voi è Giustizia, va bene così. Considerate però, che dietro a ogni detenuto, c’è una famiglia e in questa famiglia spesso ci sono minori. Riuscite a dare una risposta alla domanda posta da mia figlia? Riuscite a dare “una fine” a tutta questa situazione? Come si possano tappare gli occhi, non considerando affatto il futuro del nostro paese: I NOSTRI FIGLI. Ricordiamoci che dentro gli occhi di ogni bambino, c’è spensieratezza, innocenza, semplicità, purezza e, un mare di sogni e desideri di felicità! Il nostro compito è sostenerli e accompagnarli in questo cammino, tutelandoli nella crescita. Il vostro, è quello di restituirgli il diritto di avere un padre o una madre e poterseli vivere con relazioni stabili. È previsto da una legge dello Stato, non solo da diversi articoli della nostra Costituzione. L’art. 28 dell’Ordinamento penitenziario prevede infatti che “particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie.”»

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