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PRIMA, DURANTE E DOPO IL CARCERE: LE TRE VITE DI ROBERTO

25 giugno 2022:

Elisabetta Zamparutti su Il Riformista del 24 giugno 2022

“Frammenti di memoria sparsi sui marciapiedi” è il libro di Sabrina Renna e Roberto Cannavò, appena pubblicato da Rubbettino. Lo scrittore Gioacchino Criaco ha scritto la prefazione. Io l’introduzione. L’ho fatto perché considero questo un libro che ha a che fare con l’arte. L’arte più importante: quella di vivere.
Sabrina Renna e Roberto Cannavò si sono conosciuti e ri-conosciuti al Congresso di Nessuno tocchi Caino nel carcere di Opera a Milano. Siciliani entrambi. Ergastolano ostativo lui, militante politica lei. Roberto è uno dei protagonisti del docu-film di Ambrogio Crespi, “Spes contra spem-Liberi dentro”, manifesto della campagna di Nessuno tocchi Caino per il superamento dell’ergastolo ostativo. Sabrina, è una studentessa di sociologia e diritto.
Si incontrano al Congresso che festeggia il coronamento della battaglia per il superamento dell’ergastolo ostativo grazie ai due pronunciamenti delle Alte Giurisdizioni succedutisi nel giro di pochi mesi. Quella della Corte europea per i diritti dell’uomo che, nel caso Viola vs Italia, ha condannato il nostro Paese per violazione dell’art 3, quello che vieta tortura e trattamenti inumani e degradanti. Poi la sentenza della Corte Costituzionale nei casi Cannizzaro e Pavone.
Condanne che hanno un comune fondamento: per affermare il diritto alla speranza bisogna abolire l’ergastolo ostativo, quella forma di esecuzione dell’ergastolo, basata su una presunzione assoluta di pericolosità, per cui nessun beneficio può essere concesso fintanto che il condannato per mafia non collabora. Intendiamoci, non collabora, non alle attività trattamentali, ma all’attività investigativa fornendo informazioni, nomi utili alle indagini. In altre parole, mettendo qualcun altro in carcere al posto suo. Una logica mortifera che fossilizza l’autore di un reato di stampo mafioso al momento del fatto e gli nega ogni possibilità di autentica revisione critica, ogni forma di cambiamento. Gli nega, in altre parole, la forza dell’arte della vita. Arte. La radice ariana di questa parola è ar- che in sanscrito significa principalmente andare verso, mettere in moto, muoversi verso qualche cosa, da cui poi anche quello di aderire, adattare.
L’esistenza che nel libro si racconta fa riflettere su questo. Perché nella vita, quella del protagonista, come la nostra, ci sono fasi in cui si innesca una messa in moto. Corriamo. Andiamo veloci come lungo una discesa di fluenti curve. L’accelerazione impressa dal superamento di una curva ci fa infilare quella successiva con un andamento che conferma ogni volta la correttezza delle proprie scelte e, dunque, il proprio valore. E questo porta con sé riconoscimenti, affermazione, prestigio e soldi. Ma non c’è vita che non si imbatta in certi segnali che dicono che bisogna rallentare, perfino fermarsi. Sono segnali che possono assumere le forme più diverse a seconda della esistenza a cui si riferiscono.
Nel libro sono i fatti cruenti di una terra, la Sicilia, e di un tempo, quello della mafia catanese degli anni ’90, che esasperano e drammatizzano la comprensione della necessità di cambiare e di adattare il proprio andamento secondo un’altra cadenza, un altro ritmo. Ecco allora che nell’arco di una esistenza si possono vivere più vite. E Roberto, il protagonista, di vite ne ha vissute almeno tre: quella prima del carcere, quella del carcere e quella dopo il carcere. Vite che solo la sincera curiosità di chi le racconta, Sabrina, riesce a rendere più interessanti di quanto potrebbe fare il più affermato degli scrittori.
Sabrina e Roberto. Una scintilla li ha messi in moto e li ha portati ad affrontare un viaggio durante il quale c’è lo sguardo e l’ascolto di Sabrina che, come quelli dei bambini, sono innocenti e senza giudizio, quasi purificatori. Poi c’è il vissuto di Roberto che si apre al nuovo e rinasce quasi in una iniziazione. Ci sono voluti anni perché questo libro vedesse la luce. Anni durante i quali un processo di estensione della consapevolezza ha gettato le basi per un’elevazione della coscienza nella frequentazione di entrambi dei laboratori che, con cadenza mensile, Nessuno tocchi Caino anima nel carcere di Opera come in altri tre istituti di alta sicurezza.
Questo “viaggio della speranza” continua.
È un viaggio senza fine, perché il fine, la fine del viaggio è il viaggio stesso, che è un continuo “invenire”, scoprire nella ricerca… cose e persone preziose, storie e vite diverse. La lettura di questo libro diventa anche un viaggio, convinta come sono, e la storia raccontata ne è testimonianza, che in fondo ogni vita è una forma d’arte, movimento e adattamento lungo la strada al di là delle singole tappe, oltre la meta prefissata.

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