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LA VICENDA DI NINO RIZZO, SBATTUTO IN CARCERE DAI ‘BUONI’ E SALVATO DAI ‘CATTIVI’

6 giugno 2022:

Antonio Coniglio su Il Riformista del 3 giugno 2022

Sul caffè, Eduardo De Filippo, scrisse un monologo. Capace di resuscitare finanche Lazzaro, di salvare una vita. Nino Rizzo da Catania, medico con la passione della scrittura, il caffè lo prendeva amaro. Non sappiamo se per un omaggio al gusto o per un ossequio deontologico alla glicemia. Lo assaporava amaro, il suo caffè, fino alla mattina in cui una gazzella dei carabinieri lo ha accompagnato in carcere, da presunto innocente, in custodia cautelare, ristretto con la matricola 60731. “Lo gradisce un caffè?”, chiosò un agente. Nino lo assaporò, anche se quel caffè, per la prima volta nella sua vita, era zuccherato. Lo gustò, in un momento di sopraffazione, quando l’esistenza ti sembra franare addosso, e basta poco per sentirti, foss’anche per un attimo, nuovamente uomo.
La giustizia, nel nostro Paese, soffoca, strozza, annichilisce il senso di umanità, a guisa di una rete fitta, all’interno della quale qualsiasi movimento aggrava il dolore e toglie la speranza. Nino Rizzo, in carcere, è rimasto 25 giorni. Ha conosciuto il “Niceto”, il “Simeto piano terra” e il “Simeto primo piano”. Non sono corsi d’acqua ma le sezioni della casa circondariale di Piazza Lanza a Catania. Un fiume di dolore e buoni sentimenti che racconta nel suo “25 giorni”: uno scritto che è omaggio ai suoi fratelli detenuti. Gli stessi – nella vulgata i cattivi – che gli hanno invece salvato la vita. Con quegli uomini, privati della libertà, ha condiviso ansie, speranze, delusioni, aneliti di futuro. Uno di loro gli ha cucinato un piatto da chef stellato Michelin; un altro, in una barberia organizzata alla buona, gli ha tagliato i capelli, riconsegnandogli perfino uno scampolo di giovinezza. C’è stato pure chi ha aperto il suo cuore, irretendolo nella sua struggente storia d’amore. Con loro, ha guardato anche “Le avventure di Pinocchio” di Comencini e ha festeggiato un compleanno in cella: un abbraccio, uno scambio di auguri autentico e anticonvenzionale che ti fa comprendere le vertigini interiori della vita. In uno di quei tanti giorni, nei quali la televisione è sempre accesa. Per non pensare, non misurare il tempo.
Il caffè, Nino, ha continuato a prenderlo zuccherato. Da quell’attimo in cui i compagni di cella “te lo offrono e non puoi non accettare”. Perché, in quella pozione magica, che inonda del suo aroma quattro mura, in quel fondo di un bicchiere di plastica, c’è tutta la solidarietà, la benignità, di un mondo che un sistema giustizia infermo e una opinione pubblica fuorviata concepisce come il terreno del male. Di “male” in quei venticinque giorni Rizzo ne ha conosciuto, ma è la “banalità del male” di uno Stato che, nel nome delle ragioni di Abele, diviene esso stesso Caino. È una questione che va oltre l’essere ristretti da colpevoli o da innocenti.
Che senso ha consegnarti, appena entrato, un cuscino di gomma piuma giallastro, ridurre la vita di un uomo a un “modulo 392”, una domandina per chiedere ciò che è scontato, frustrando la tua anima quotidianamente in una condizione di inferiorità? Che senso ha una illuminazione opprimente e inquietante, costringere l’essere umano nell’ angustia di qualche metro quadrato, cucinare laddove vai in bagno, limitare i contatti con i tuoi familiari? Che senso ha in fondo il carcere stesso, una struttura anacronistica, fuori dalla storia, che ti spezza il fiato? Nel quale ci si ammala e, per prendere sonno, non bastano calmanti e ansiolitici?
“25 giorni”, il libro di Rizzo, diventa allora una denuncia sociale. Quello che è “un colletto bianco”, un medico affermato della società catanese, comprende ciò che un tempo non poteva immaginare. Lui è un “detenuto per caso” e scrive un diario, a futura memoria, per quei ragazzi ristretti che “gli hanno voluto bene più di quello che lui ha potuto dimostrare loro”. Quelli che dispongono di una “buca” che non può superare i 20 chili al mese e la cui esistenza è soffocata dal “sopravvitto” e dagli “spesini”. Quelli che fanno “una partitella” per far passare un tempo che ti schiaccia come un macigno. Che attendono con ansia una lettera scritta a mano, a lume di candela, e tengono ancora una foto in bianco e nero per ricordarsi chi sono, per non consegnare la loro vita alla terribilità di un numero di matricola.
Nino Rizzo scrive per loro, per coloro che, quando è andato via, lo hanno applaudito. Per quel “caffè galeotto” che è il più buono di sempre. L’unico caffè amaro è quello dello Stato. Abbiamo creato un sistema – quello carcerario – che è un luogo concepito per infliggere strutturalmente dolore e sofferenza. Un grande lazzaretto, nel quale – privati di significativi contatti umani – si perdono i sensi umani fondamentali, si diventa muti, sordi, ciechi, si consumano le proprie esistenze, da sepolti vivi.
L’unico caffè amaro è quello dello Stato. Che, nel nome della giustizia del taglione, dimentica le ragioni dell’uomo.

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